Lavinia ha un sogno, diventare una pianista di professione, e un amore segreto, il giocatore di basket Mike Cooper. Lo ama di un amore platonico, più profondo di quello che potrebbe legare una tifosa al suo giocatore preferito. E non si permetterebb...
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Verso la cioccolata nella tazza di Lavinia, mentre lei è seduta al tavolo e mi guarda con il naso arricciato. L'odore delle uova di primo mattino le manda lo stomaco in subbuglio, ma ho fame e so già che non mi basterà una colazione dolce fatta di caffè, biscotti e pane con la marmellata.
«Scommetto che Jérémy e Alizée ti avrebbero riempito anche senza le uova» scherza lei, appena poso la tazza sul tavolo e mi siedo anch'io.
«Probabile, ma non ho voglia di mettermi a preparare la colazione due giorni prima come fanno loro.» Accenno un sorriso, attaccando a mangiare le mie uova.
È tutto così normale, così bello... tornare a fare colazione con lei, senza nessuna preoccupazione, è quanto di meglio potessi desiderare in tutta la vita. Ogni secondo con Lavinia è una meraviglia – avevo dimenticato quanto fosse bello respirare la sua stessa aria senza sentirmi in colpa.
È bello persino vedere il cioccolato che le macchia le labbra e il suo imbarazzo – che ora ritrovo – perché sembra una bambina che si è sporcata in maniera impacciata. Ma è adorabile e mi fa innamorare persino così. Non pensavo che mi sarei innamorato ancora, né che avrei amato con tutta la forza con cui amo lei. Mi sono spinto oltre i miei limiti, ho scoperto di poterla amare silenziosamente e nel rispetto della lontananza che ci siamo dovuti imporre.
Guarda i fiori nella brocca e sembra notare solo adesso che quelli che ho scelto per lei sono blu e azzurri – non so nemmeno che fiori siano, se non per le rose blu.
«Volevi portarli a casa?» le chiedo. «Magari preferisci...»
«Vanno bene qui, Mike. Sono solo dei fiori, purtroppo appassiranno. Se appassiscono qui o da mio padre fa poca differenza. Anzi, da te magari danno meno fastidio... Noemi potrebbe dirmi che la sua lieve allergia la fa soffrire e mi sentirei in colpa.»
«Come va con lei?»
Stringe le spalle, girando il cucchiaino nella tazza mezza vuota. «Non lo so. È amorevole e gentile, si comporta come se fosse una zia. Almeno credo, perché non ho delle zie. Non ho nemmeno più sentito mia madre da quando me ne sono andata. Non mi ha cercata, quindi...» China il mento, ritrovandosi a fissare la superficie del tavolo.
Le stringo una mano, masticando l'ultimo boccone delle uova strapazzate. «Mi dispiace, cioccolatino. Non meritavi tutto questo.»
«Ho mio padre, un fratellastro con cui mi trovo bene e che non mi odia... Con mia madre ero da sola. Nessuno su cui contare per le faccende di casa, nessuno che si preoccupa se non dormo, nessuno che mi chiede se ci sono a pranzo o a cena e che mi augura "buon lavoro" quando vado all'Oasi... Sembra ancora la vita di qualcun altro, ma un passo alla volta mi ci sto abituando.»
«Sei refrattaria ai cambiamenti» dico, ricordando che una volta me l'aveva confessato.
«Li accetto molto lentamente.» Beve un lungo sorso di cioccolata e si pulisce con il tovagliolo di stoffa che le ho dato mentre preparavo la colazione.