Il 25º giorno del mese di Gamelion nell'anno 87 dell'olimpiadi
Il giorno delle nozze si avvicinava, ma non era la mia scelta. Non c'era nulla di gioioso in questo matrimonio, nulla che potessi chiamare mio. Menandro, il principe di Corinto, non desiderava celebrare secondo le nostre usanze spartane. No, lui voleva Corinto, i suoi templi, i suoi dèi, i suoi usi.
Quando mio padre acconsentì, con lo sguardo fermo ma privo di esitazione, sentii il gelo stringermi il cuore. La mia vita era stata decisa ancora una volta senza alcun riguardo per il mio volere. La dote, le cerimonie, i sorrisi di circostanza: tutto era ormai solo un passaggio formale verso una prigionia dorata.
La mattina in cui Menandro venne a prendermi, la corte era in fermento. La carrozza corinzia, lucida e imponente, attendeva davanti alle porte del palazzo. Gli araldi annunciarono l'arrivo con trombe e rulli, ma io non sentivo nulla di eccitazione o speranza, solo un senso di oppressione che mi avvolgeva come un sudario.
Menandro, impeccabile nella sua armatura leggera e nei suoi abiti cerimoniali, mi fissò con quegli occhi ambra che già conoscevo: curiosi, calmi, ma privi di calore per me. Non cercò parole dolci, non tentò compromessi.
«Daphne,» disse infine, con tono misurato, «partiamo. Ti porterò a Corinto, dove celebreremo secondo i miei usi.»
Io lo guardai, e il disgusto mi serrò lo stomaco. Non era solo un uomo che mi avrebbe reso moglie: era il simbolo del mio destino imposto, il volto della mia prigionia. «Non voglio andare,» risposi, eppure sapevo che le mie parole erano vane. «Non ti voglio come marito!»
Menandro si limitò a sorridere, un sorriso calmo e distaccato, come se il mio rifiuto fosse un gioco infantile. «Il mio interesse non si basa sulla tua volontà, Daphne. È il tuo rango, non i tuoi desideri, a definirti.»
E così, con il consenso di mio padre e il freddo distacco del principe, fui condotta via. La carrozza corinzia si mosse lentamente attraverso le vie di Sparta, e ogni passo allontanava la mia libertà e la mia identità di figlia di Sparta.
Guardai il palazzo che si allontanava, le torri bianche e i giardini curati, sentendo crescere dentro di me un odio palpabile per quell'uomo che osava pretendere ciò che non gli apparteneva: la mia vita, la mia volontà, il mio cuore.
E mentre la carrozza avanzava verso il futuro che altri avevano scelto per me, giurai, silenziosa, che la mia anima non si sarebbe mai piegata completamente a Menandro. Nonostante la dote, il rito, il titolo, il mio spirito restava mio, e in esso covava già il fuoco della ribellione che un giorno, forse, sarebbe esploso.
Il viaggio verso Corinto fu lungo e silenzioso. La carrozza corinzia, elegante e lucida, scivolava sulle strade polverose, mentre il paesaggio spartano lasciava lentamente il posto a colline dorate e uliveti distesi sotto il sole cocente.
Io rimasi seduta sul sedile imbottito, il corpo rigido, lo sguardo fisso davanti a me. Non voltai neppure una volta la testa verso Menandro. Non c'era alcun desiderio di conversare, alcuna voglia di mostrare cortesia o sottomissione. Il silenzio era la mia unica arma, il mio ultimo spazio di autonomia.
Menandro sedette accanto a me, elegante e composto, osservando ogni mio gesto con la calma distaccata che già conoscevo. Provò a rompere il ghiaccio, con parole misurate, gentili, persino amichevoli.
«Daphne,» disse con voce suadente, «so che questo cambiamento è grande. Ma potresti trovare in me un alleato...»
Io lo fissai appena, senza rispondere. Il mio sguardo scivolava oltre la finestra, sugli ulivi e sui campi che scivolavano rapidi sotto la luce del sole. Non un singolo muscolo della mia faccia tradì la minima emozione.
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La storia infinita
FanfictionDaphne, figlia di Apollo e Afrodite, sarà costretta a vagare nelle epoche, fino a trovare il suo posto in società (se avete letto "Amore Proibito" questa storia parla della stessa Daphne) ⚠️questa storia è in riscrittura⚠️
