L'11º giorno del mese di Pýanepsión nell'anno 89 dell'Olimpiade
Il palazzo era avvolto da un silenzio greve, interrotto solo dal lamentoso ululato delle donne piangenti che accompagnavano il corteo funebre. I drappi scuri e pesanti ricadevano dalle finestre, e candele tremolanti gettavano ombre danzanti sulle pareti decorate di affreschi e arazzi. La sala del trono, un tempo luogo di potere e comando, sembrava ora un tempio del dolore, ogni angolo intriso di un'aria irreale di lutto.
Il corpo di Meandro giaceva su una lettiga di legno intarsiato, avvolto in drappi purpurei e nero ebano, adornato da corone di fiori d'arancio e mirto, secondo la tradizione greca di onorare il defunto con simboli di rinascita e prosperità. Il corteo si muoveva lentamente, scandito dal ritmo dei tamburi e dai canti funebri che risuonavano nei corridoi, un lamento orchestrato che mascherava la verità, trasformando l'assenza di dolore in una teatralità collettiva.
Il percorso verso il cortile esterno era costellato di bracieri accesi, le fiamme proiettavano luci tremolanti sulle colonne e sui mosaici del palazzo, simili a spiriti che vegliavano sul sovrano defunto. Quando la lettiga fu collocata sulla pira funeraria, gli uomini della guardia, in abiti cerimoniali, accendevano il fuoco mentre io restavo in piedi, il volto velato dalla dignità del lutto. Il fumo si sollevava verso il cielo limpido di Pýanepsión, come offerta agli dèi e ai numi tutelari, mentre le preghiere per l'anima del re risuonavano in canti collettivi.
Ogni movimento dei presenti era misurato, ogni espressione di dolore recitata: un teatro della perdita necessario per preservare l'ordine e l'immagine del regno. Io camminavo tra di loro, il cuore pesante e la mente in tumulto, recitando il mio ruolo con la precisione di chi ha imparato a vivere tra menzogne e necessità. Il peso della finzione era quasi insopportabile, eppure dovevo mantenerlo, per proteggere i miei figli e il destino del regno.
Radunai i miei tre figli vicino a me, Elenos davanti e le gemelle ai lati, cercando di trasmettere sicurezza con lo sguardo e un tocco di mano. Calista, la più giovane, si avvicinò timidamente, gli occhi grandi e incerti. «Madre, cosa sta succedendo? Perché dobbiamo lasciare il palazzo?»
Le strinsi la mano con dolce fermezza. «Calista, mia cara, ci sono questioni che devono essere risolte lontano da occhi indiscreti. Per ora, dobbiamo lasciare questo luogo per trovare sicurezza. Fidati di me.»
Elenos, pur giovane, affrontò la situazione con la determinazione tipica dei figli dei re, quella stessa forza che si radica negli animi temprati dalle responsabilità ereditate. «Madre, se c'è qualcosa che possiamo fare, qualsiasi cosa, siamo pronti.»
Un velo di tristezza mi attraversò il volto, ma risposi con un sorriso che voleva infondere coraggio: «Grazie, Elenos. Ora più che mai, dobbiamo rimanere uniti. La morte del re è stata una disgrazia, ma non possiamo permettere che ci spezzi.»
Attraverso l'ingresso principale, il sole basso sull'orizzonte dorava i corridoi e i cortili, proiettando lunghe ombre sui volti dei servi e dei soldati che ci osservavano. Alle spalle lasciavamo la casa che un tempo chiamavamo dimora, ora trasformata in un luogo di memoria e finzione, mentre avanzavamo verso un futuro incerto, portando con noi la responsabilità dei figli, l'ombra di Meandro e il peso della mia nuova condizione di regina vedova.
Ogni passo era accompagnato dal pensiero della protezione dei miei figli, della loro educazione e della loro libertà.
Le guardie, consapevoli dell'evento e del peso del lutto ufficiale, ci lasciarono passare senza porre domande. Il portone del palazzo si chiuse alle nostre spalle con un sordo tonfo, e subito la brezza fresca della sera mi accarezzò il viso, mescolando la malinconia per la perdita alla prima sensazione di libertà dopo anni di oppressione. L'aria era intrisa del profumo delle olive e della terra umida, e il fruscio delle foglie sembrava sussurrare promesse di un futuro incerto ma finalmente mio da plasmare.
A bordo di una carrozza di legno rinforzato, rivestita di velluti scuri, percorrevamo strade lastricate che attraversavano la periferia di Corinto. I cavalli, bardati con briglie di cuoio finemente decorate, battevano il passo in modo regolare, il rumore dei loro zoccoli misurato e ipnotico, scandendo il silenzio della notte. Dietro di noi, la scorta di guardie armate con lance e spade rimaneva allerta, occhi vigili a scrutare ogni ombra, pronti a intervenire in caso di pericoli: briganti, predoni o ribelli pronti a sfruttare la morte del re.
All'interno della carrozza, il silenzio era denso e pesante, interrotto solo dai sospiri dei miei figli. Elenos, con le mani intrecciate sul grembo, guardava fuori dal finestrino, gli occhi scuri persi nelle ombre dei campi e degli ulivi. La giovane Calista stringeva la mano della gemella Thea, entrambe tremanti, i volti segnati dalla stanchezza e dalla tristezza per la perdita del padre, per quanto la loro comprensione fosse ancora parziale.
Il mio cuore si strinse nel vedere il loro dolore. Non c'era consolazione per la perdita del padre, ma potevo offrire loro protezione, calore e sicurezza. Mentre la carrozza avanzava, li avvolgevo con il mio mantello e le mani carezzavano i loro capelli, cercando di trasmettere coraggio e speranza. Parlai loro a bassa voce, con la calma che una madre deve mostrare anche quando l'animo brucia di paura e rabbia:
«State tranquilli, miei cari,» sussurrai. «Per quanto questa notte sia cupa, presto raggiungeremo un luogo sicuro. Nessuno potrà farvi del male finché sarò con voi.»
Le gemelle si strinsero a me, i respiri incerti che si mescolavano al ritmo dei cavalli, e persino Elenos abbassò lo sguardo, come se il peso della mia determinazione potesse lenire le loro paure.
Fu una notte lunga, scandita dal ticchettio dei ferri dei cavalli e dal fruscio dei rami che sfioravano la carrozza.
14° giorno del mese di Pýanepsión, anno 89 dell'Olimpiade
Dopo una lunga notte di viaggio, la carrozza avanzava lentamente lungo la strada sterrata che collegava Corinto a Sparta. Il sole del primo mattino illuminava i campi coltivati, ulivi e vigneti che si estendevano a perdita d'occhio, mentre la scorta di guardie vigilava con occhi attenti, lance in mano, pronti a proteggere la futura regina vedova e i suoi eredi da ogni possibile minaccia lungo la strada.
Quando finalmente la carrozza si fermò davanti al maestoso portone del palazzo dei miei genitori, un senso di sollievo e tensione si mescolò nel mio cuore. Il legno massiccio, inciso con simboli della nostra stirpe, si stagliava contro il cielo limpido, imponente e accogliente al tempo stesso. Con un ritmo concordato, colpi rapidi e decisi fecero risuonare l'ingresso, e subito la porta si aprì, rivelando il volto preoccupato di mia madre, la regina Cersi, i suoi occhi azzurri pieni di timore e apprensione.
«Figlia mia, cosa è successo?» chiese, la voce tremante per l'ansia.
Nascondendo dietro la maschera della disperazione la vera natura del mio atto, risposi con tono grave e controllato: «Meandro è morto, madre. Il dolore è insopportabile. Abbiamo bisogno del vostro sostegno.»
I miei figli, ancora provati dal lungo viaggio e dal lutto simulato, restarono accanto a me, le mani strette alle mie, occhi pieni di domande e paure. La regina Cersi si chinò, abbracciandoci tutti con un gesto protettivo e materno, avvolgendo la mia famiglia nel calore del suo affetto. Il suo abbraccio, sincero e pieno di amore, contrastava con il peso delle menzogne che gravavano sul mio cuore.
Varcata la soglia, il palazzo dei miei genitori si aprì come un rifugio sicuro. Le torce alle pareti illuminavano arazzi raffiguranti le gesta dei nostri antenati, simboli di potere e tradizione, e il profumo di olio d'oliva e di erbe aromatiche impregnava l'aria, un richiamo rassicurante alla nostra casa e alle radici della mia stirpe.
Nel silenzio rispettoso della dimora, sedemmo in una sala ampia, dove le voci dei servi si mescolavano al crepitio dei bracieri accesi. Qui, tra mura intrise di storia e di saggezza familiare, potevo finalmente orchestrare la mia strategia: proteggere i miei figli, consolidare la mia posizione e tessere l'intricato arazzo del potere e della sopravvivenza. Ogni gesto, ogni parola, era parte di un balletto segreto tra inganno, prudenza e magia, in cui la mia mente giovane ma temprata doveva navigare con la precisione di chi conosce il prezzo della libertà.
Il palazzo, che fino a pochi giorni prima era solo casa e ricordo d'infanzia, si trasformava ora in una fortezza, un luogo in cui potevamo respirare sicurezza, pianificare il futuro e proteggere ciò che più amavo: i miei figli.
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La storia infinita
FanfictionDaphne, figlia di Apollo e Afrodite, sarà costretta a vagare nelle epoche, fino a trovare il suo posto in società (se avete letto "Amore Proibito" questa storia parla della stessa Daphne) ⚠️questa storia è in riscrittura⚠️
